Fulvio Bugani per Amnesty International

Fulvio Bugani nasce a Bologna nel 1974. Appassionato di fotografia fin da bambino, acquista la sua prima “reflex” Nikon a 16 anni. L’amore per la fotografia e quello per il viaggio per lui sono una cosa sola. Dopo un lungo viaggio in America latina nel 1991, nel 1994 scopre l’Africa, dove oggi torna sempre più spesso per realizzare reportage e workshop fotografici. Collabora con diverse riviste, associazioni e ONG esponendo mostre personali, l’ultima delle quali su Kibera, baraccopoli del Kenya, è stata presentata anche a Barcellona, Spagna.
La professione di fotografo gli permette di entrare in contatto con persone di tutto il mondo. Il suo stile fotografico prende forma in funzione del rapporto che riesce ad avere con il soggetto. L’unico modo che Fulvio Bugani conosce per affrontare un nuovo posto è camminare e parlare con le persone. Non è costantemente alla ricerca del grande evento, ma fotograficamente è attratto dal punto di vista personale e specifico, dalla gente comune e dalla sua vita quotidiana.
Nel 1999 fonda lo studio IMAGE (www.fotoimage.it) per il quale organizza corsi di fotografia e workshop in Italia ed in tutto il Mondo.
Ha presentato mostre fotografiche personali sulla vita delle persone di Barcellona, Bilbao, Bologna, Caracas, Londra, Ecuador, Cuba, Laos e Thailandia, Senegal, Kenya e Tanzania.

INSIDE KIBERA

Kibera, slum di Nairobi (capitale del Kenya), con più di un milione di persone, è la baraccopoli più popolosa di tutta l’Africa.
Il mio racconto di questa realtà, nasce dalla volontà di osservare e documentare i molteplici aspetti della vita quotidiana di un mondo a sé, spesso ignorato perfino dagli abitanti della stessa Capitale.
Durante diversi viaggi in Kenya mi era capitato più volte di passare in prossimità della zona di Kibera, accompagnato da ragazzi di Nairobi che facevano sfrecciare la loro auto a tutta velocità, commentando il loro gesto con frasi minacciose del tipo “…lì dentro prima ti ammazzano e poi ti guardano nelle tasche…” oppure “…non puoi dire di essere stato a Kibera finché non ne sei uscito…”. Abituato a credere solo a ciò che vedo coi miei occhi, a ciò che tocco con le mie mani e a ciò che assapora la mia bocca, decisi di conoscere questa incredibile baraccopoli di persona. Dovevo andarci e parlare con le persone che vivono ogni giorno quella realtà.

Fulvio BuganiFulvio BuganiFulvio Bugani


Andrea Bultrini

Nasce a Roma il 9 settembre 1982, fin da piccolo si avvicina alle arti figurative tramite la lettura di fumetti italiani e americani, imparando a distinguere gli stili dei vari disegnatori; questo interesse influisce anche nella scelta del suo percorso di studi, così nel 2008 si laurea in Storia e conservazione del patrimonio artistico e attualmente si sta specializzando in Storia del’ arte.
Nel frattempo, inizia ad appassionarsi alla fotografia, dapprima come osservatore e in un secondo momento mettendo direttamente il proprio occhio nel mirino di una macchinetta fotografica nella ricerca di una forma espressiva personale. La conoscenza pregressa dei maestri del fumetto, della pittura e della fotografia si unisce infatti al suo modo di vedere e di pensare la realtà che osserva, ottenendo una propria sintesi. Il suo modo di vedere attraverso la lente è essenzialmente disegnativo, che sia prospettico o bidimensionale (lavora quasi unicamente con grandangoli estremi o teleobiettivi spinti) ed è sempre rivolto alla ricerca dell’ essenziale, sfiorando in certi casi il minimalismo. Come in una vignetta o in un dipinto figurativo dove l’azione è ridotta al necessario affinchè il messaggio sia trasmesso nel modo più diretto e immediato possibile, così nella foto cerca di pulire l’inquadratura, di togliere il superfluo, quasi per lui la fotografia fosse un processo sottrattivo.

Dal reale al segno

Nel suo approccio non è contemplata la gerarchizzazione di soggetti, temi o contenuti e in questo lavoro si presenta come paesaggista, scelta che serve solo da pretesto per esprimere la propria visione formale: una selezione di forme, geometrie, pattern visivi presenti in natura ma scomposti dalla sua mente e rimessi insieme all’interno nel fotogramma e in cui ciò che conta non è la percezione esatta del paesaggio reale, ma la presenza del segno.

Andrea BultriniAndrea BultriniAndrea Bultrini


Giorgio Coen Cagli

E’ nato nel 1988 a Roma, città dove vive e svolge gran parte dei suoi progetti. Si avvicina al mondo della fotografia a 17 anni, e dopo le prime esperienze da autodidatta si iscrive al Centro Sperimentale di Fotografia “Adams” . In particolare sceglie di occuparsi di reportage sociale, e per questo frequenta, il corso tenuto da Tano D’Amico e in seguito i corsi di foto-racconto di Rocco Rorandelli grazie ai quali matura un rapporto con la disciplina fotografica che lo porta a servirsi di quest’ultima come un mezzo di indagine attraverso la realtà, per cercare, quindi, di restituire immagini che possano informare e sensibilizzare il pubblico.
Le tematiche scelte da Giorgio sono, sin dagli inizi, quelle legate ai contrasti che caratterizzano la nostra società rendendola frammentaria e spesso dando origine a situazione di disagio e precarietà. Il suo primissimo lavoro (Ottobre 2007) si svolge dunque all’interno del campo Rom di Roma, Tor di Quinto, pochi giorni dopo lo scoppio di una nuova intolleranza nei confronti delle popolazioni nomadi dovuta al caso Reggiani; Giorgio avrà anche occasione di visitare il campo Rom di Scampia, Napoli. Il lavoro è stato esposto nel 2008 nel corso della prima edizione della rassegna “Occhi Rossi Festival”.
Contemporaneamente, comincia a lavorare ad un progetto sui movimenti studenteschi: ha documentato “L’Onda” (autunno 2008) ed oggi è al fianco di organizzazioni come UniCommon e A*R. Nel Settembre 2009 l’autore visita Istanbul, e anche qui si concentra soprattutto sui tessuti più disagiati della società come senzatetto e nomadi. Le fotografie prodotte in questo viaggio sono state esposte in una mostra dal titolo “No Dreams” (Giugno 2010).
Grazie ad alcune foto realizzate ad Istanbul, Giorgio viene selezionato per partecipare ad un workshop con l’agenzia Magnum Photos (3-7 Novembre 2009) a Barcellona, dove realizza un breve reportage sul quartiere del Raval, una realtà estremamente frammentaria e difficile per via della presenza di comunità di tossicodipendenti, alcoolisti e disoccupati. Il lavoro viene esposto al termine del workshop con il titolo “Ghetto Raval”, nell’ambito del festival fotografico “Trafic” 2009.

ROMA MODERNA

Nel 2010 Giorgio inizia a lavorare al tema dell’espansione urbana di Roma a ridosso della campagna e in particolare ai disagi che, dagli anni ’60 in poi, questa ha creato per la popolazione rurale, generando una convivenza forzata e spesso paradossale tra il vecchio mondo degli ultimi pastori rimasti e la città in continua crescita. Il lavoro, che prende in considerazioni in particolare il parco dell’Appia Antica e la zona di Valle Aurelia, tipici esempi dell’effetto dei “palazzinari” romani e delle costruzione abusive nate nell’ultimo mezzo secolo, è intitolato “Roma Moderna”.

Giorgio Coen CagliGiorgio Coen CagliGiorgio Coen Cagli


Fabiana Grosso

E’ nata a Roma nel 1988. A diciassette anni inizia a frequentare il Centro Sperimentale di Fotografia Adams di Roma, un’esperienza che attraversa tutto il suo percorso formativo: dal diploma del liceo artistico al corso di laurea in studi storico artistici presso l’Università La Sapienza di Roma. Si interessa alle tematiche sociali e per questo partecipa ai corsi di foto-racconto di Rocco Rorandelli e al corso di storia sociale dell’immagine fotografica tenuto da Tano D’Amico.
Come sua prima esperienza di reportage decide di recarsi nel campo nomadi Tor di Quinto per indagare una realtà spesso deformata dai media e dall’informazione nazionale. é un lavoro che nasce nell’autunno del 2007 durante l’emergenza Rom dichiarata dal comune di Roma in seguito al caso Reggiani. Al momento Fabiana, segue un progetto fotografico collettivo sull’Idroscalo di Ostia dedicato alla rivalutazione della realtà di questo quartiere, diversa da quella fondata sui preconcetti per cui gli abitanti vengono visti come delinquenti.

Lucha Y Siesta

Nel 2010 Fabiana comincia a interessarsi al problema delle case occupate. Sono milioni infatti le persone che attendono un alloggio popolare e Roma è la città dove ci sono più occupazioni da parte dei senza casa che popolano scuole e strutture varie. Questo è il caso dello stabile di proprietà dell’ A.t.a.c. S.p.a. in via Lucio Sestio occupato l’8 marzo 2008 da un gruppo di donne guidato da Action-A, associazione che dal 2002 si batte per il diritto alla casa. Cosi è nata La Casa delle Donne “Lucha Y Siesta” dove oggi vivono circa 20 donne, italiane e non, e diversi minori.
La Casa è uno spazio per l’accoglienza abitativa e sociale dove le donne in difficoltà vengono accolte e possono riorganizzare la loro vita. La ricerca che Fabiana sta portando avanti racconta i molteplici aspetti della realtà vissuta da chi quotidianamente affronta problemi e difficoltà per affermare i propri diritti fondamentali.

Fabiana GrossoFabiana GrossoFabiana Grosso


Fabio Guerra

Nato a Thiene (Vicenza) nel 1962. Diplomato all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Dal 1999 collabora con l’Ufficio per i Rapporti Culturali con l’Estero di Linz (Austria) e con la Domus Artium di Malo (Vicenza)
Attualmente insegna Discipline Pittoriche al Liceo Artistico di Nove (Vicenza)
Vive a Thiene (Vicenza)
Il suo atelier si trova presso la Fabbrica Saccardo, Contrà Progresso, 1 Schio (Vicenza)

Fabio GuerraFabio GuerraFabio Guerra


Linda De Nobili

Psicoterapeuta e fotografa vive e lavora a Roma. Si perfeziona in corsi di specializzazione nel Centro Sperimentale di Fotografia Adams e nella scuola Permanente di Fotografia Graffiti di Roma.
I suoi reportage esprimono il desiderio di scrivere con le immagini il racconto della vita “dell’altro” che incontra, con l’intenzione di comunicare essenzialmente che la diversità va intesa come risorsa specifica da valorizzare, nel contributo che ogni singolo può apportare alla comunità in cui vive. Attualmente sta focalizzando la propria ricerca artistica, sulla creatività nei luoghi considerati del disagio.
Dal punto di vista stilistico la scelta di utilizzare come ottica quasi esclusiva il grandangolo, anche per i primi piani, è dettata dal desiderio di creare uno “sguardo penetrante”, che entri dentro al personaggio da raccontare per coglierne gli aspetti più intimi, l’essenza. Il grandangolo prende così il significato narrativo dei contesti e permette la cifra stilistica intima del dialogo interiore, cuore a cuore tra fotografo e persona fotografata.

Linda De NobiliLinda De NobiliLinda De Nobili


Terra Project

TerraProject e’ un collettivo italiano di fotografia documentaria fondato nel 2006 a Firenze. I membri di TerraProject sono quattro: Michele Borzoni, Simone Donati, Pietro Paolini e Rocco Rorandelli. Il collettivo è stato tra i primi nel nostro Paese a decidere di presentarsi in questa veste e ad aprire la strada a una nuova metodologia operativa che prevedesse la realizzazione di lavori di gruppo.
I reportage del collettivo sono stati pubblicati sulle pagine di riviste nazionali ed estere tra le quali Newsweek, Der Spiegel, GEO, D di Repubblica, Io Donna, Vanity Fair, Magazine del Corriere della Sera, Financial Times Magazine, Internazionale, L’Espresso, Le Monde Magazine, Paris Match, TIME ed altre. I loro lavori sono stati esposti a New York, Beijing, Berlino, San Paolo, Barcelona, Dublino ed in numerose città italiane, ed i membri del collettivo sono stati ospiti di vari festival fotografici. Alcuni membri del collettivo sono stati premiati con prestigiosi riconoscimenti internazionali tra cui il World Press Photo (2010) ed il Premio Canon (2010).

Fuoco amico – Ritorno nei Balcani

Il progetto intende riprendere una tematica sul quale il collettivo ha lavorato negli anni passati: l’utilizzo di armi all’uranio impoverito nelle guerre dei Balcani, riflettendo sui danni all’ambiente e sulle persone causati dal loro uso. Tra il 1995 e il 1999, le forze militari della NATO furono impiegate per ristabilire l’ordine nelle province indipendentiste della Jugoslavia. Durante il conflitto le forze della coalizione NATO fecero uso di armi arricchite con miscele di uranio impoverito, ottimali dal punto di vista bellico (avendo un potere esplosivo maggiore degli armamenti normali) ma altamente contaminanti, non tanto per le radiazioni che rilasciano, quanto per le nanoparticelle di metalli pesanti che la loro esplosione libera.
I soldati italiani, non informati della pericolosità di tali armamenti, furono esposti alla contaminazione in misura maggiore rispetto al personale di altri contingenti presenti. Per questa ragione, molti di loro hanno sviluppato nel tempo la cosiddetta sindrome dei Balcani, una serie di tumori, tra cui il più frequente è il linfoma di Hodgkin. Ad oggi almeno 250 militari sono morti e 2500 sono affetti da tale sindrome, senza che l’esercito italiano o il Governo abbiano mai ammesso le loro mancanze nel fornire indumenti protettivi ed istruzioni specifiche su come evitare la contaminazione.

Terra ProjectTerra ProjectTerra Project


Daniela Vacca

Nata nel 1958 a Roma, città dove vive e lavora. Ha sempre espresso, fin dall’infanzia, una spiccata sensibilità artistica e notevole creatività, attraverso il disegno e la pittura. Diventata Perito Chimico nel ’78, successivamente si diploma in Grafica Pubblicitaria, frequenta poi la facoltà di Fisica ma contestualmente si avvicina al mondo della ceramica seguendo vari corsi formativi sia pubblici che privati.
Nei primi anni ’90 la scelta di mettere in piedi un laboratorio per dedicarsi all’attività di ceramista, “mestiere” inteso come creazione di ceramica d’arte e non “produzione artigianale” anche se di qualità. Da queste premesse è naturale il passo successivo, quello cioè di aprire il laboratorio come scuola per proporre a quanti sono interessati, lo stesso modo di intendere l’arte della ceramica.
L’autentica passione per il mezzo espressivo scelto, in cui si intrecciano profondamente colore e forma, e nel quale, con uguali profondità e rigore, viene richiesta la conoscenza della materia manipolata attraverso tutti i mutamenti in cui il processo creativo la conduce, trova naturale corrispondenza nella sensibilità dell’autrice che oggi espone le sue opere.
Le varie tecniche e materiali utilizzati offrono un percorso ricco di emozioni le cui modulazioni consentono un ampio spettro di espressività: dalle scabrose superfici del Raku, dove un’apparente “naturalità” della materia nasconde gelosamente un processo complesso di elaborazione della stessa e i cui esiti non sono preordinabili e pianificabili; alle lucenti fusioni vitree incise nella creta che ci riportano a suggestioni antiche; alle forme scultoree e colorate di oggetti di uso comune reinterpretati con grande creatività senza togliere ad essi la bellezza dell’umiltà.
Innumerevoli nel tempo si susseguono le esposizioni individuali e collettive presso gallerie, musei e manifestazioni culturali; Galleria Croma, Capalbio Art – Espone al Chiostro del Borromini, al museo di Villa Pamphili. Proprie opere sono presenti al Woman’s Gallery of New York, al Museo Internazionale della donna Rose’s Choice di Scontrone (AQ).
Partecipa, con proprie opere, al progetto di riqualificazione dell’arredo urbano presso il “Montarozzo” in via dei Quattro Venti a Roma.


Debora Vrizzi

Ha cominciato il suo lavoro come performer e fotografa. Poco alla volta, sempre più spesso, ha iniziato a mettere se stessa anche al di là dell’obiettivo fotografico, verso una perenne e ossessiva ricerca della sua identità. Così facendo ha provato ad esorcizzare e analizzare il suo vissuto, le sue paure, le sue ansie, cercando di renderle affascinati attraverso un sottile gioco ironico e provocatorio. Dichiara di voler essere oggetto di desiderio. Il corpo è linguaggio, indaga sul corpo come mezzo di comunicazione, si mette in prestito alla società.

“Sono quello che vedo, sono quello che penso.”

Quello che per lei è importante è il raggiungimento dell’emozione; il momento dello scatto la rende vicina alla conquista, cerca un contrasto, un impatto, l’ansia diviene energia…

“Trattengo il respiro e ascolto il mio stomaco.”
Debora VrizziDebora VrizziDebora Vrizzi

Mostre Collettive:

“Il volto e la maschera”

Nella domanda troveremo la verità.
In un dramma pirandelliano di inizio Novecento, il metateatro si esplica nei grandi volti che ci scrutano dall’alto, sornioni, indagatori e misteriosi; siamo noi i protagonisti, siamo noi gli attori che ci muoviamo sotto di loro. continua…

Gli autori

Altobelli Tiziana
Cieri Simone
Cervelli Marco
Ciucci Monica
Damiani Carolina
De Virgilio Gabriella
De Stefano Anna
Diciolla Antonello
D’orazi Vanessa
Ferri Fabio
Gallì Paolo
Giosi Francesca
Guidoni Daniele
Lanari Michele
Leonardi Marco
Maffei Franco
Mafodda Giovanni
Mascali Giuseppe
Mazzani Livia
Memè Giorgio
Mininni Claudio
Monsagrati Silvia
Oriani Domenico
Peschi Emanuele
Rossi Danilo
Schepisi Martina
Sistopaoli Cristina
Smiraglia Maria Giovanna
Suriano Roberto
Tosto Gabriele


“Il sottile gioco tra luce e carne”

Luce, ombra, interazione tra queste e di queste con le forme: la suggestione delle proiezioni ha origini remotissime e radicate nei più diversi ambiti del sapere e del fare umano. continua…

Gli autori

Bie May Linn
Golikidov Irini
Luppino Alessandra
Nuti Margherita
Martini Floriana
Paola Paleari
Piano Raffaele
Santorelli Maria Elena
Saonari Serena Marica

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